Il senso di comunità di Procida

Qualche giorno fa stavo leggendo le ultime news su internet… Quando, ad un certo punto, un articolo attira la mia attenzione, Procida e il senso di comunità al tempo del coronavirus.

Scopro innanzitutto l’esistenza dell’isola di Procida che fino ad oggi è stata per me un mistero. Se non la conoscete andate a vedere le foto su Google, è bellissima!

A Procida, un artigiano locale, vedendo la sua comunità sconvolta dall’arrivo del Coronavirus, inizia a ragionare su cosa potesse servire agli abitanti dell’isola. In breve trasforma la sua attività di tappezzeria nautica in una produzione di mascherine. Comincia a cucire mascherine di protezione da distribuire gratuitamente agli amici e in poche ore viene contattato da operatori sanitari, tutori dell’ordine e cittadini comuni. Con l’aiuto delle donne dell’isola, oggi Procida sta preparando 10.000 mascherine da distribuire alla sua comunità.

Questo artigiano ha spiegato, che gli abitanti di Procida lo hanno accolto anni prima e hanno apprezzato il suo lavoro. Ora lui sente il bisogno di ricambiare la sua comunità, rendendosi utile in questo momento di crisi.

Siamo abituati a sottolineare gli aspetti negativi che succedono nella nostra società. Per questo mi ha colpito che in un momento di così forte crisi, dove si parla solo di questo virus, un giornale abbia trovato spazio per raccontare il forte senso di comunità di questo isolotto e non solo fare la conta dei morti.

Che cos’è il senso di comunità?

Il senso di comunità viene definito negli studi di psicologia sociale come il sentimento che i membri hanno in merito ad una comune appartenenza, al legame esistente tra di loro e con il gruppo, alla fiducia condivisa che i bisogni comuni possano venir soddisfatti a fronte di un impegno collettivo del gruppo.

Nella nostra quotidianità questo bisogno viene più o meno soddisfatto dalle nostre interazioni sociali, possiamo sentirci parte di una comunità sul posto di lavoro o con persone con interessi simili. Nella maggior parte dei casi però, passa in secondo piano perché ci sentiamo sicuri nella nostra routine.

Quindi quando scatta?

Scatta nel momento in cui succede qualcosa che non siamo in grado di gestire da soli, qualcosa di più grande di noi, che ci destabilizza e per questo ci porta a cercare unità nel gruppo.

Quando siamo in difficoltà il nostro istinto ci porta a cercare nuove risorse per far pronte all’emergenza, il cervello cerca le risposte e rispolvera le risorse che ci hanno salvato in passato, come appunto l’unione con altri membri.

Perché ci scatta nei momenti difficili?

Come spiega il dott. Morelli in un’intervista alla radio, nei momenti difficili dentro di noi scatta il bisogno della figura materna, il nostro cervello cerca la maternità come protezione. Nel caso di una situazione difficile a livello nazionale, questa maternità viene identificata con i leader dello Stato e con la comunità.

Ci sentiamo un corpo unico con le persone della nostra comunità che stanno condividendo la nostra stessa situazione. I balconi con striscioni ricchi di messaggi positivi e le radio che, in questo momento, suonano tutte insieme l’inno nazionale, sono un farmaco per la popolazione, perché trasmettono unità e evitano situazioni di panico.

“Il bene che assicuriamo per noi stessi è precario e incerto fino a quando non viene assicurato a noi tutti e incorporato nella nostra vita comune.”

Laura Jane Addams (Premio Nobel per la pace 1931)

Le iniziative di volontariato

L’impotenza davanti ad un nemico più grande di noi, è qualcosa che ci tocca un po’ tutti, ognuno a suo modo, anche noi addetti ai lavori, non siamo esclusi.
Da queste sensazioni possono nascere anche tante iniziative di solidarietà. Proprio come è successo a Procida, molte altre attività di volontariato si stanno attivando per offrire i loro servizi. Questo perché si è risvegliato il nostro bisogno di comunità, di sentirci vicini alle altre persone.

Anche io, passati i primi giorni di assestamento, ho sentito il bisogno di essere utile per chi sta attraversando come me questo difficile periodo.

Sono partito dal chiedere a me stesso di cosa avessi bisogno io. Personalmente trovavo confortante condividere il momento con le persone vicine, sentire che avevamo tutti le stesse paure.
Questo però non mi è bastato. Avevo bisogno anche io del mio senso di comunità, di far parte di quelli che cercavano di rendersi utili e dare il mio contributo.

Che cosa posso fare?

Ripenso alle mie sensazioni e mi chiedo, ma tutte quelle persone che per svariati motivi e situazioni famigliari non hanno la possibilità di aprirsi e confrontarsi, come fanno ad alleggerirsi in isolamento?

Ed è per questo che torno a parlarvi dello sportello di ascolto creato da ASPIC Piemonte-Liguria. Nato per dedicare un po’ del nostro tempo e la nostra esperienza a chi non ha la fortuna di avere una valvola di sfogo.

Ma non è tutto qui.

Questa iniziativa, o meglio il mio supporto a questa iniziativa è nato anche per altro.

Far parte di questo team, mi ha dato la possibilità di sentirmi attivo nel riuscire a dare una mano a chi è in difficoltà e, anche se non direttamente in prima linea, mi ha fatto risentire un forte senso di comunità. Mi sono sentito nuovamente parte di qualcosa di più ampio di me e appunto in me ho risentito quella sensazione che uniti siamo più forti e più sicuri.

Noi volontari non sappiamo se il nostro lavoro servirà in qualche modo alle persone, se sarà utile a qualcuno o se nel calderone con molti altri non verrà considerato. Quello che conta realmente è proprio quel calderone di servizi che sono nati per offrire a ciascuno di noi un modo per sentirsi vicini, anche se isolati.


Mattia Gualco

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